Il sogno americano dietro la lavagna

Esiste il debito cattivo e il debito buono. Il primo è quello dei mutui subprime concessi a occhi chiusi prima della crisi finanziaria, con i debitori che si sono ritrovati a non poter pagare la rata, e le banche, che non avevano chiesto garanzie adeguate, a ordinare pignoramenti di immobili che nel frattempo avevano perso metà del loro valore. La bolla è scoppiata ed è successo quel che è successo.
20 AGO 20
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New York. Esiste il debito cattivo e il debito buono. Il primo è quello dei mutui subprime concessi a occhi chiusi prima della crisi finanziaria, con i debitori che si sono ritrovati a non poter pagare la rata, e le banche, che non avevano chiesto garanzie adeguate, a ordinare pignoramenti di immobili che nel frattempo avevano perso metà del loro valore. La bolla è scoppiata ed è successo quel che è successo. Ma quello dei subprime era appunto debito cattivo e illusorio, antagonista mascherato del sogno americano, per di più amministrato dai cattivi per eccellenza, i banchieri, mentre il debito contratto dagli studenti per pagare l’università è “buon debito”, come dice anche il segretario dell’Istruzione, Arne Duncan, perché è un investimento sull’ultimo bene rifugio, la mente umana, e la spesa per il college frutta a chi la affronta uno stipendio che permette di pagare agevolmente il debito e nel frattempo comprare una villetta con giardino, mettere su famiglia e risparmiare qualcosa per il college dei figli, per rendere l’investimento della generazione successiva un po’ meno oneroso di quello contratto dalla precedente.
Nella teoria onnicomprensiva dell’istruzione superiore americana è così che si chiude il circolo virtuoso del buon debito. Ma la realtà è un po’ più complicata. L’anno scorso l’ammontare del debito degli studenti ha toccato i mille miliardi di dollari, più alto di quello delle carte di credito, e negli ultimi quindici anni le rette universitarie sono raddoppiate, con le domande di iscrizione e gli stipendi dei professori in costante crescita. Un college americano costa in media 21.198 dollari l’anno, e gli studenti devono allo stato, che offre finanziamenti agevolati, una media di 24 mila dollari, cifra che sempre più spesso non riescono a sopportare nemmeno quelli che trovano lavoro il giorno dopo la laurea. Soltanto un terzo degli studenti esce dall’università senza debiti, e non certo perché i lavoretti saltuari alla mensa dell’università bastano a coprire le spese: è la famiglia che ripiana i conti. Il New York Times ha fatto una ricognizione sul campo, con interviste a studenti che a fine mese non riescono a saldare la rata, fino al limite estremo di chi periodicamente cambia numero di telefono per eludere le richieste dei creditori.
Improvvisamente il debito buono è diventato un mostro ipertrofico che minaccia la sopravvivenza del sistema, e già l’anno scorso l’Economist parlava di una “bolla educativa” analoga a quella immobiliare. Le copertine di Bloomberg Businessweek e Newsweek si occupano del potenziale arresto cardiaco del sistema universitario americano e Megan McArdle, che firma l’articolo del settimanale di Tina Brown, pone la più scandalosa delle domande, ancora più bruciante in questa settimana di ritorno ai banchi di scuola: una laurea vale davvero quello che costa? La domanda è scandalosa perché mette in dubbio un ingranaggio logico fondamentale per il sogno americano. L’educazione genera competenze, le competenze generano un buon posto di lavoro, il quale genera uno stipendio adeguato al saldo dei debiti. Nel sogno americano l’impegno è retribuito, e tutte le campagne di reclutamento universitario battono sullo stesso tasto, cioè che il migliore investimento è quello fatto su se stessi, sull’acquisizione di “skills” finanziati dallo stato e ripagati dal mercato con gli interessi. La catena del ragionamento, solida per chi iniziava l’università fino a quindici anni fa, si è spezzata, e alla decrescita delle statistiche sul placement s’accompagna una crescita delle richieste di immatricolazione, benzina per università lautamente finanziate dallo stato e veleno per un mercato che non è in grado di assorbire i laureati. Vero: chi ha un titolo universitario guadagna l’80 per cento in più rispetto a chi ha soltanto un diploma, ma un laureato in letteratura inglese non è difficilmente paragonabile a un ingegnere chimico. E le differenze, sempre più evidenti, contribuiscono a gonfiare la bolla educativa. Obama e Romney hanno ricette opposte per risolvere il problema prima che il sistema imploda: se il presidente promette di stanziare più fondi per gli studenti (sotto forma di borse di studio, prestiti sempre più agevolati e condoni del debito), Romney scommette su una soluzione che imponga alle facoltà di tarare le proprie rette su quello che effettivamente il titolo può rendere in termini di stipendio. La letteratura inglese, insomma, non può costare quanto l’ingegneria chimica.
L’approccio all’insostenibile pesantezza del debito universitario è l’ennesima questione economica che divide Obama e Romney, gli avversari che al momento sono più che mai occupati a raccogliere fondi per gli ultimi due mesi di campagna elettorale. La macchina elettorale del presidente ha annunciato che ad agosto sono stati raccolti 114 milioni di dollari, contro i 111 di Romney, inversione di tendenza rispetto ai due mesi precedenti, nei quali lo sfidante repubblicano aveva battuto il presidente. Si tratta comunque di conteggi relativi, visto che in generale Obama ha raccolto 150 milioni in più di Romney, e le casse del quartier generale di Chicago sono più nutrite di quelle di Boston. Il presidente gode anche del rimbalzo nei sondaggi dopo la convention di Charlotte, con gli istituti Gallup e Rasmussen che gli attribuiscono 5 e 4 punti di vantaggio, nonostante i pessimi dati sull’occupazione.